Roma - Il 19 Giugno 2017, presso la Comunità di Sant’Egidio è stato firmato l’accordo di pace che prevede un cessate il fuoco immediato tra il governo della Repubblica Centrafricana e 14 gruppi ribelli armati.

mappa Rep. Centro Africana

La Repubblica Centrafricana è un Paese dell'Africa centrale con oltre 5 milioni di abitanti e una superficie di circa 623.000 km2. Confina con il Camerun a ovest, il Ciad a nord, il Sudan e il Sud-Sudan ad est, la Repubblica Democratica del Congo e il Congo-Brazaville a sud.

L'importanza dell'Accordo di Roma non può essere compresa senza una panoramica storica di questo Paese.
Infatti, dall'indipendenza ottenuta nel 1960, il Paese ha vissuto numerosi colpi di Stato ed episodi di violenza politica. Tuttavia, la crisi esplosa nel 2012, è considerata dai centrafricani la più tragica nella storia del Paese. Secondo diversi analisti (Emmanuel Chauvin, Christian Seignobos, ecc.), dopo la presa del potere da parte degli ex Seleka, principalmente musulmani, nel marzo 2013, il presidente deposto, François Bozizé, ha invitato i suoi sostenitori a prendere le armi per difendere la loro patria. Di conseguenza, i numerosi abusi commessi da membri degli ex-Seleka a danno della popolazione, hanno spinto i centrafricani di fede cristiana a formare a loro volta una milizia armata, chiamata anti-Balaka, che ha preso di mira direttamente la popolazione musulmana. 

In aggiunta all’origine politica, il conflitto centrafricano ha anche assunto una dimensione confessionale a causa della strumentalizzazione del fattore religioso da parte degli attori politici. Se gli interventi militari (missione Sangaris dell'esercito francese; missione militare EUFOR dell'Unione europea; missione MINUSCA delle Nazioni Unite, ecc.) e diplomatici hanno contribuito a migliorare la situazione della sicurezza del Paese e ad avviare un processo di uscita dalla crisi, non hanno potuto fermare definitivamente le violenze che affliggono ogni giorno il popolo centrafricano.

Questo fa sì che la Repubblica Centrafricana rimanga profondamente divisa, straziata, vivendo costantemente sotto la minaccia dei gruppi armati – gli ex-Seleka (a maggioranza musulmana), gli anti-Balaka (una branca dalle milizie di autodifesa, a maggioranza cristiana) e l’LRA (di origine ugandese) - i cui scontri hanno causato un disastro umanitario.

Quello centrafricano è un conflitto complesso, che va al di là di un conflitto fra cristiani e musulmani, come lo presentano diversi analisti.
Questo è stato confermato anche da un'esperta indipendente delle Nazioni Unite, Marie-Thérèse Keita Bocoum, la quale, parlando della situazione dei diritti umani nella Repubblica Centrafricana, è arrivata alla conclusione che: "i conflitti che in precedenza sembravano opporre le comunità cristiane e musulmane si sono evoluti in un’opposizione armata tra gruppi sedicenti nazionalisti e altri considerati stranieri, a volte con una connotazione etnica che potrebbe diventare pericolosa".

In questo senso, i 14 gruppi armati del Paese testimoniano per l’ennesima volta che non si tratta di un conflitto tra cristiani e musulmani, quanto piuttosto di un conflitto più complesso, che un intervento militare non sarebbe in grado di risolvere.
In questo contesto si può inserire l'Accordo di Roma, che è il risultato di un lungo processo avviato in prima istanza dagli stessi centrafricani.
In effetti, al di là del lavoro degli attori politici nazionali e internazionali, le istituzioni tradizionali così come le assemblee degli anziani o dei saggi, le ONG locali, gli attori della società civile e, soprattutto, gli attori religiosi, hanno compiuto un lavoro encomiabile per venire a capo della crisi centrafricana, basata principalmente sulle divisioni etniche e religiose all’interno della popolazione centrafricana.

Tra le numerose iniziative possiamo citare quelle dei leader religiosi. Infatti, nei primi mesi del 2015, l'Iman Lamine Koyama, l’Arcivescovo di Bangui Monsignor Dieudonné Nzapalainga e il Pastore Nicolas Guérékoyamémé-Gbangou hanno lanciato l'iniziativa di una piattaforma interreligiosa nel quadro del progetto "Sostegno al dialogo comunitario" realizzato con il patrocinio dell’UE.
È nel prolungamento di queste iniziative degli attori non statali che dobbiamo inserire l'accordo di pace con i gruppi armati del Paese, sotto il patrocinio della Comunità di Sant'Egidio, firmato a Roma giovedì 19 giugno 2017.

La Comunità di Sant'Egidio ha ripercorso le tracce della visita di Papa Francesco che aveva segnato il popolo centrafricano, il quale aveva auspicato in uno dei suoi discorsi: "Il mio desiderio più ardente è che le varie consultazioni nazionali che si terranno fra poche settimane consentano al Paese di avviare serenamente una nuova fase". L'Accordo sembra la risposta alla preghiera del Papa, in quanto si tratta davvero di una nuova tappa per il Paese.

Va inoltre ricordato che la Repubblica Centrafricana ha assistito a diversi accordi tra i gruppi armati centrafricani e il governo, come quello di Libreville nel giugno 2008 o quello di Nairobi di aprile 2015, ma tali accordi non hanno impedito che il Paese sprofondasse in una voragine di violenza estrema.

La specificità dell’Accordo di Roma consiste nella metodologia utilizzata e negli attori coinvolti. A mio parere, questo accordo è un segno di speranza per il popolo centrafricano e per l'intera regione, nel senso che ha cercato di essere il più inclusivo possibile sin dall’inizio del processo; è il risultato di un lungo lavoro, duro e sincero, iniziato nel novembre 2016, cercando di prendere il tempo necessario per ascoltare con umiltà e sincerità le motivazioni più profonde di tutti i protagonisti del conflitto.

Il riconoscimento da parte del governo dei diversi gruppi armati, come parte integrante della ricostruzione di un Paese devastato, dopo 4 anni di massacri, tensioni interreligiose e inter-etniche, è tra i punti salienti di questo accordo. Per garantire la pace, l'accordo prevede che alcuni membri di questi gruppi armati costituiscano l’oggetto di un "inserimento (...) nelle forze di difesa" del Paese, seguendo dei "criteri prestabiliti" e facendo seguito ad un "aggiornamento".

Occorre allo stesso tempo riconoscere che il lavoro non è finito e che molto rimane da fare per una pace duratura in Centrafrica, come si può osservare già nell’Accordo.

Infatti, mentre l'accordo prevede un cessate il fuoco immediato, per quanto riguarda il disarmo dei gruppi armati e la trasformazione di questi ultimi in forze vive della nazione, oppure in partiti politici, non esiste alcun calendario delle attività.

Inoltre, se è vero che l'Accordo di Roma costituisce un punto di partenza per la pace nella Repubblica Centrafricana, il processo è solo all'inizio. Per pacificare e riconciliare il popolo centrafricano, il processo dovrà consentire di ricostruire un'unità nazionale e insegnare di nuovo alla popolazione centrafricana a vivere insieme. La ricostruzione dell'apparato statale è essenziale per la riconciliazione perché spetta allo Stato impostare questo processo. La reintegrazione degli ex combattenti nella società, la reintegrazione dei rifugiati, ma anche la riapertura di un dialogo intercomunitario: ecco altrettante sfide da affrontare per portare a buon fine questo processo.

english translation

The Peace Agreement of Rome between the actors in the conflict in the Central African Republic:
An agreement that makes the difference

The Central African Republic, or Central Africa, is a Central African country with over 5 million inhabitants and an area of approximately 623,000 km2. It borders Cameroon to the west, Chad to the north, Sudan and South Sudan to the east, the Democratic Republic of the Congo and Congo-Brazzaville to the south.
The importance of the Rome Agreement cannot be understood without an historical overview of this country.
In fact, since the independence gained in 1960, the country has experienced numerous coups d'etat and episodes of political violence. However, the crisis that broke out in 2012 is considered by the Central African people as the most tragic in the country's history.
According to various experts (Emmanuel Chauvin, Christian Seignobos, etc.), after the takeover of power by ex-Seleka, mainly Muslims, in March 2013, the deposed president, François Bozizé, invited his supporters to take up arms to defend their homeland. As a result, the many abuses committed by ex-Seleka members to the detriment of the population have encouraged Central African Christians to form an armed militia, called anti-Balaka, which targeted the Muslim population directly.
In addition to political reasons, the Central African Conflict has also assumed a denominational dimension because of the exploitation of religion by politicians.
Whether military interventions (French Army Sangaris Mission, EU EUFOR Military Mission, United Nations MINUSCA Mission, etc.) and diplomats have helped to improve the country's security and started a process to get out of the crisis, they have not been able to put an end to the violence that afflicts the Central African people daily.
This means that the Central African Republic remains deeply divided, torn, constantly living under the threat of armed groups – ex-Seleka (mostly Muslim), anti-Balaka (a branch of self-defense militias with a Christian majority) and LRA (of Ugandan origin) - whose clashes always cause a humanitarian disaster.
The Central African conflict is complex and goes beyond a mere conflict between Christians and Muslims, as many experts have described it.
This was also confirmed by an independent United Nations expert, Marie-Thérèse Keita Bocoum, who, speaking of the human rights situation in the Central African Republic, came to the conclusion that "the conflicts that previously seemed to oppose Christian communities and Muslims have evolved into an armed opposition between self-proclaimed nationalist groups and others considered to be foreign, sometimes with an ethnic connotation that could be potentially dangerous.”
In this sense, the 14 armed groups in the country bear witness for the umpteenth time of the fact that it is not a conflict between Christians and Muslims, but rather a more complex conflict that a military intervention would not be able to resolve.
The Treaty of Rome fits into this context, which is the result of a long process initiated by the Central African people themselves.
Indeed, apart from the work of national and international political actors, the traditional institutions, like assemblies of elders or wise men, local NGOs, civil society actors and, above all, religious actors, have done a commendable work to solve the Central African crisis, which is mainly due to ethnic and religious divisions within the Central African population. Among the many initiatives, those taken by religious leaders are worth mentioning. In fact, in early 2015, Iman Lamine Koyama, Bangui Archbishop Monsignor Dieudonné Nzapalainga and Father Nicolas Guérékoyamémé-Gbangou launched the initiative of an inter-religious platform in the framework of the EU project named "Supporting Community Dialogue".
The peace agreement with the armed groups of the country, signed under the auspices of the Community of Sant'Egidio in Rome on Thursday 19 June 2017, must be considered as an extension of the above-mentioned initiatives promoted by non-state actors.
The Community of Sant'Egidio has retraced the visit of Pope Francis - which had deeply touched the Central African people. In one of his speeches, the Pope had expressed his hope: "My most ardent desire is that the various national consultations that will take place in a few weeks will enable the country to launch a new phase serenely". This agreement seems to be the answer to the Pope's prayer, as it starts a new phase for the country.
It should also be recalled that the Central African Republic has witnessed various agreements between the Central African armed groups and the government, such as the one in Libreville in June 2008 or that of Nairobi in April 2015, but those agreements did not prevent the country from giving in to acts of extreme violence.
The specificity of the Rome Agreement consists in the methodology used and the actors involved. In my view, this agreement is a sign of hope for the Central African people and for the whole region, in that it has tried to be as inclusive as possible from the beginning of the process; it is the result of a long, hard and open work that began in November 2016, taking the time to listen with humility and sincerity to the deepest motivations of all the actors in the conflict.
The recognition by the government of the various armed groups, as an integral part of the reconstruction of a devastated country, after 4 years of massacres, interreligious and inter-ethnic tensions, is among the highlights of this agreement. To ensure peace, the agreement provides that some members of these armed groups "are integrated in (...)the defense forces" of the country, following "pre-arranged criteria" and following an "update".
At the same time, it must be acknowledged that work is not over and that much remains to be done for a lasting peace in Central Africa, as it can be inferred from the Agreement.
Indeed, while the agreement provides for an immediate ceasefire, there is no specific timeframe with respect to the disarmament of armed groups and their transformation into living forces of the country, or into political parties.
Moreover, even if the Rome Agreement is a starting point for peace in the Central African Republic, the process is only just starting. In order to pacify and reconcile the Central African people, the process should allow for the rebuilding of a national unity and to teach the Central African people once again to live together. The reconstruction of the state is essential for reconciliation because it is up to the state to set up this process. The reintegration of former combatants into society, the reintegration of refugees, but also the re-opening of a community-wide dialogue, are only some of the many challenges to be addressed to bring this process to a successful conclusion.

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