
Workshop
“Le conquiste nel campo dei diritti umani avvengono quando le persone dal basso si mobilitano”. Intervista a Riccardo Noury di Amnesty International

Abbiamo incontrato Riccardo Noury, dal 2003 portavoce ufficiale di Amnesty International Italia, organizzazione per la difesa dei diritti umani di cui fa parte dal 1980 e di cui cura l’edizione italiana del rapporto annuale. Con lui abbiamo parlato di diritti umani e del lavoro di Amnesty International.
Alcune parole tra le più importanti del pianeta, ovvero: persone, verità, libertà, giustizia e dignità, fanno parte del vostro lavoro. Quanto è importante difenderle e qual è lo strumento più importante che Amnesty International adopera per farlo?
Credo che nel suo elenco, molto corretto, la parola chiave sia dignità, che è il vestito più intimo delle persone. Far vivere una vita degna, nel rispetto dei diritti, è fondamentale. Per difendere quel vocabolario, prima di tutto bisogna praticarlo. Poi ci sono delle tecniche che Amnesty International utilizza da quando esiste: quelle degli appelli. Una volta si scrivevano a mano e si spedivano con gli aerogrammi, oggi si firmano durante le manifestazioni oppure online, ma hanno sempre la stessa efficacia. Cambia la vita delle persone, firmare anche un solo appello. C’è una frase ricorrente, che ci dicono ogni settimana le persone che escono dal carcere, grazie al fatto che Amnesty International ha lanciato un appello a loro favore: «Non mi avete lasciato solo. Grazie a voi ho mantenuto la forza, sentivo di non essere stato abbandonato dal mondo». A questo servono gli appelli.

Amnesty International, attraverso il suo fondatore Peter Benenson, nacque nel 1961 proprio con un appello agli organi di stampa. Quanto sono importanti oggi? Quanto conta il loro sostegno, il loro fungere da megafono?
Sono partner fondamentali e il fatto che spesso giochino un ruolo importante nella denuncia e nel racconto delle violazioni dei diritti umani, è spiegato molto bene col numero di giornaliste e giornalisti che ogni anno vengono uccisi, arrestati, fatti sparire proprio perché hanno raccontato il vero, sfidando la regola del silenzio imposta dai regimi autoritari. Ciò che può fare il giornalismo a favore dei diritti umani, è fondamentale. Così come può fare il contrario: spesso la criminalizzazione da parte dei governi, di attività del tutto legittime, è preceduta da una narrazione criminalizzante svolta dagli organi di informazione. Il loro lavoro, in quel caso, è contrario ai diritti umani.
Amnesty International conta ben 248.909 persone coinvolte in attività di educazione e formazione ai diritti umani. Quanto è importante investire e lavorare sulla formazione e sull’educazione, preventivamente, a monte, per costruire una cultura dei diritti umani?
È una delle attività più importanti di Amnesty International: parlare di diritti umani nel momento in cui le menti delle persone si formano, per esempio durante i percorsi scolastici, è molto utile perché far modificare la mente agli adulti è possibile, ma ci vuole più tempo e bisogna combattere contro pregiudizi ormai radicati. Raccontare cosa sono i diritti umani, spiegare come possono essere difesi, aiuta anche a difendere i propri, e quindi il lavoro che facciamo nelle scuole è fondamentale. Io per lavoro parlo con l’informazione, con i media, ma vi assicuro che ogni volta che entro in una scuola e parlo con gli studenti, sono altrettanto felice e convinto che sarà utile.
Viviamo in un mondo iperconnesso e complesso, sempre più influenzato dall’intelligenza artificiale. Come possono, anche dal basso, le persone comuni, lavorare in funzione dei diritti umani?
Il periodo è effettivamente molto difficile perché alla novità dell’intelligenza artificiale si aggiunge quella storica della deficienza umana, mettiamola così: fatta di doppi standard da parte dei governi, di scelte politiche che puniscono i nemici e premiano gli amici, che delegittimano la giustizia internazionale a seconda di come si comporti. Di fronte a tutto questo, c’è da ricordare che le conquiste nel campo dei diritti umani, in Italia come nel resto del mondo, avvengono quando le persone dal basso si mobilitano. Non solo sui social, dove pure è necessario stare, ma mettendoci testa per avere una strategia, cuore per avere emozioni, piedi per camminare e riempire le strade e le piazze. I successi nel campo dei diritti umani arrivano così. Non perché ci sia un governo che li elargisce, ma perché è costretto a cedere alla forza della protesta di massa. Sempre pacifica, ma di massa.

C’è un caso di violazione dei diritti umani che oggi merita particolare attenzione perché legato al nostro tempo? Se sì, come possiamo contribuire a farlo emergere?
Ce ne sono tanti, ma il primo che mi viene in mente, e che riguarda anche l’Italia, è quello di uno scienziato, cittadino iraniano e svedese, che parla un perfetto italiano avendo fatto ricerca per molto tempo presso l’Università del Piemonte Orientale di Novara. Si chiama Ahmadreza Djalali e nel 2016 è stato arrestato in Iran, nel 2017 condannato a morte. Gli avevano proposto di fare da spia in favore dell’Iran, il suo paese, nei vari convegni scientifici ai quali – come esperto di medicina di emergenza o dei disastri – avrebbe preso parte. Lui ha ribadito di essere uno scienziato, non una spia, e l’hanno punito con il reato inesistente di fare la spia contro l’Iran per conto di Israele. Ad aprile saranno 8 anni che si trova nel braccio della morte in Iran ed è palesemente un ostaggio tipico di quella politica che prende in mano cittadini stranieri per ottenere qualcosa in cambio dagli Stati di appartenenza. È una storia dimenticata per cui colgo ogni occasione per rilanciarla.
Qual è il più grande successo che avete ottenuto di recente? E qual è il messaggio di speranza che se ne può trarre?
Non è tra i più recenti, perché ogni giorno succede qualcosa di buono nel mondo ed è bene sottolinearlo, ma certamente il più famoso è il ritorno a Bologna di Patrick Zaki, lo studente dell’Università Alma Mater che nel 2020 era stato arrestato a El Cairo ed è riuscito a tornare in Italia solo nel luglio 2023. Però se vogliamo parlare di uno recentissimo, il 4 marzo – e qui il tema della speranza e della pace c’entra tutto, un obiettore di coscienza israeliano, Itamar Greenberg, è stato scarcerato dopo 197 giorni di carcere perché aveva rifiutato l’arruolamento nell’esercito. Perché non voleva essere parte di quel progetto di distruzione di massa che in termini giuridici si chiama genocidio dell’esercito israeliano contro la Striscia di Gaza.
Si parla di crisi dei diritti umani, ma ci sono aspetti positivi, progressi che non vengono abbastanza raccontati?
Il periodo è estremamente simile agli anni ’90: un decennio segnato da due genocidi e dalla guerra nei Balcani che iniziò nel ’91 e terminò nel ’99 (insieme ad altri fatti). Però, proprio in quel decennio ci fu una reazione: dal basso con la solidarietà, dall’alto con i tribunali internazionali. La speranza di oggi si chiama giustizia. Quella che serve a punire, dopo averli accertati, i crimini e chi li ha commessi. Quella che serve a dare verità e giustizia alle vittime e a sconfiggere l’impunità. La parola chiave di oggi, associata a speranza e futuro, è giustizia.
Se Amnesty International dovesse inviare un messaggio ai leader mondiali, in questo delicatissimo momento storico, quale sarebbe la richiesta più urgente?
Di non giocare con la vita delle persone per calcoli politici. E di abbandonare i doppi standard per cui a parità di situazioni e di responsabilità di governo, se un governo è amico lo si perdona, se è nemico si fa di tutto per punirlo.