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Dialogo e incontro: il Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira

 
28 Febbraio 2025   |   Italia, Educazione, Centro La Pira
 
Centro La Pira
Centro La Pira

Da 47 anni, il Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira accoglie in Italia giovani di tutti i Paesi, culture, religioni e tradizioni. Un luogo speciale dove l’obiettivo è crescere insieme e trovare valori comuni.

Il Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira (Centro La Pira) si trova a Firenze, Italia, e lavora sul dialogo e l’interculturalità dal 1978. «Costruiamo spazi di condivisione tra giovani e culture per un mondo più fraterno», può essere la sintesi di questa bella realtà di cui abbiamo parlato col suo presidente, Marco Salvatori.

Marco, da dove nasce questa bellissima storia?

Da un’ispirazione del Cardinal Benelli, quando nel 1978 cominciavano ad arrivare a Firenze i primi studenti universitari internazionali. Non c’erano le strutture di oggi e rendendosi conto del disagio che questi giovani vivevano per la lontananza da casa e dagli affetti, egli si chiese: “Chi rileverà l’anima di Firenze?”.

Come si rispose?

Cominciando a sviluppare il sogno di un Centro in cui questi giovani potessero incontrarsi. Scrisse una lettera molto bella a Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, dove le chiedeva la disponibilità ad animare questo luogo: lei rispose con grande entusiasmo. Da lì arrivarono i primi membri del Movimento dei Focolari ad aprire il Centro e dargli vita, in uno spazio dato in comodato d’uso dalla diocesi di Firenze.

Come crebbe il progetto?

In modo molto naturale, attraverso l’incontro e il dialogo, compreso quello interreligioso. Tanti giovani erano di fede musulmana. Possiamo dire che la prima comunità musulmana fiorentina è nata nel Centro La Pira. Mi piace ricordare un aneddoto.

Quale?

Avevano bisogno di un luogo di preghiera, ma a Firenze non c’era ancora una moschea. Allora con il beneplacito del Vescovo cominciarono a farlo nella “Sala Teatina” del Centro. Nella volta della sala c’è affrescato un crocifisso e la prima preghiera di questi giovani musulmani a Firenze fu proprio sotto questa croce. Molto simbolico per quello che nel tempo diventerà il dialogo cristiano-islamico a Firenze.

Quali furono gli ostacoli principali di quel periodo?

Certamente la lingua. In pochi parlavano l’italiano e si comprese da subito la grande importanza di organizzare corsi di lingua.

Chi li teneva?

Inizialmente docenti volontari e non solo del Movimento dei Focolari. I corsi sono stati una costante lungo tutta la vita del Centro La Pira. Oggi, oltre questi, abbiamo quelli tenuti da docenti professionisti, strutturati su diversi livelli. Continuiamo a puntare molto sulla qualità della nostra offerta formativa.

La lingua come strumento fondamentale del dialogo.

Certamente, e per questo abbiamo sviluppato i corsi in modo sempre più professionale. Oggi abbiamo un rapporto molto stretto con l’Università per stranieri di Siena (Unistrasi).

In che modo?

Abbiamo una convenzione con loro: siamo sede d’esame per la certificazione CILS (Certificazione di Italiano come Lingua Straniera) e sede di formazione per la glottodidattica. Siamo anche sede d’esame per la certificazione DITALS. Si tratta di una certificazione che Unistrasi rilascia a chi voglia insegnare l’italiano agli stranieri. Il libro stesso che adottiamo, “Insieme al Centro”, è stato realizzato dai nostri insegnanti.

Quali sono altri strumenti e punti fondamentali del vostro lavoro?

L’incontro. Quello con i giovani che, come nel ’78, arrivano lasciandosi alle spalle realtà pesantissime. Ospitiamo giovani dall’Ucraina, dall’Afghanistan, dallo Yemen, dalla Palestina, dal Congo…

Paesi in guerra.

In questo periodo abbiamo una ragazza iraniana nello stesso appartamento con una ucraina. All’inizio non è stato facile, perché l’incontro non sempre lo è, ma da qui nascono l’empatia, l’amore e il senso di famiglia. Si cresce insieme, ci si conosce e si possono trovare valori comuni, come quello, per noi fondamentale, della fraternità. Un valore condiviso da Chiara Lubich e Giorgio La Pira, il “sindaco santo” al quale, all’indomani della morte, il Cardinal Benelli pensò di intitolare il Centro.

Chi sono per voi queste due figure?

Sono i due giganti a cui da sempre il Centro si ispira.

Insegnate anche valori, dunque, oltre alla lingua?

Insegnare l’italiano con il massimo della professionalità è importantissimo, ma lo è altrettanto il cuore con cui lo si fa. Crediamo che faccia la differenza nell’esperienza che questi giovani vivono al Centro.

Quanto è importante investire sui giovani?

I giovani sono il futuro ma anche il presente: solo col dialogo tra loro possiamo immaginare un futuro migliore. Dobbiamo mettere da parte i preconcetti, a partire da quelli sulla provenienza geografica e culturale. Dobbiamo disarmarci e guardare alle persone. La comunicazione inizia da lì. Nei nostri due appartamenti si fa esperienza di convivenza positiva.

Chi ci vive?

14 studenti universitari. Non parliamo certo di grandi numeri, ma se anche si trattasse di un solo giovane, a quel giovane avremmo cambiato la vita.

Loro stessi, con la loro testimonianza, diventano insegnanti di questa possibilità?

Il giovedì sera abbiamo istituito uno spazio aperto dove, anche quelli che vengono al Centro per imparare l’italiano o per gli eventi che organizziamo, si incontrano in modo informale. Il risultato lo si può leggere nei loro occhi, nei loro sorrisi, nel loro desiderio di parlarsi e stare insieme.

Nel vostro lavoro sul dialogo è ben compreso quello interreligioso. Quanto è importante lavorare su questo tipo di dialogo?

Mi vengono in mente di nuovo le parole del Cardinal Benelli che ci esortò a servirli questi giovani, conoscerli, fare che si sentissero accolti ponendoci al loro fianco, rispettandoli e aiutandoli in tutto, e aggiunse: “Se sono musulmani, li aiuteremo ad esserlo meglio, se ebrei ad essere ebrei …” Questo è un dialogo molto profondo.

Che portate avanti da cristiani.

Tutti sanno che il Centro La Pira è una realtà cristiana legata alla Chiesa cattolica, a partire dai suoi spazi. Ma al tempo stesso è un’esperienza di chiesa di frontiera.

Frontiera in che senso? 

La frontiera dell’incontro con religioni diverse e con gli stessi non credenti. Anche con loro si possono trovare punti di contatto. Noi cerchiamo di trasformare in vita i nostri valori cristiani e questo arriva a tutti, nel rispetto di tutti. Da questa conoscenza dal basso, tra persone prima che tra istituzioni, si mettono in moto le relazioni.

C’è anche il conflitto, a volte? 

Certo, e non va rimosso, ma affrontato cercando di comprendersi. A volte è semplice, altre meno, ma questa tensione all’ascolto profondo e reciproco semplifica molto le cose.

È vero che la prima scuola di arabo a Firenze è nata al Centro La Pira?

Si, con una insegnante yemenita, una delle prime studentesse del Centro. All’indomani dell’attentato alle Torri gemelle, si cercò di dare una risposta controcorrente all’odio che saliva, aiutando le seconde generazioni a scoprire la bellezza della lingua dei genitori. Da lì è nato un percorso che poi si è allargato alla città.

Mi sembra che il vostro lavoro getti un ponte tra accoglienza e formazione. Che ne pensi?

Il nostro sogno è formare giovani che possano diventare ponti vivi tra paesi diversi. L’esperienza di questi 47 anni ci ha mostrato che i rapporti costruiti sul valore della fraternità hanno talvolta portato i giovani a tornare nei loro paesi facendo nascere, a volte, addirittura esperienze simili o ispirate al Centro La Pira! Questo ci dà fiducia e speranza oltre ogni fatica. I semi gettati camminano nel mondo. Abbiamo molti progetti in questo senso, spesso sviluppati con altri partner, tra cui New Humanity NGO.

Centro La Pira
Centro La Pira

Che valore ha il linguaggio dell’arte, per alimentare l’incontro e il dialogo?

Da musicista (Marco Salvatori è il primo oboe del Maggio Musicale Fiorentino, ndr) potrei essere di parte, ma l’esperienza al Centro ci dice che il linguaggio dell’arte, della musica in particolare, è assolutamente privilegiato per costruire rapporti. Una cara amica, Marie Thérèse Henderson, ha definito la musica come “l’arte delle relazioni”. Non trovo una definizione migliore. Per questo, al Centro organizziamo da cinque anni rassegne di concerti in cui giovani musicisti si incontrano facendo musica insieme. Organizziamo inoltre un concorso fotografico, mostre di quadri e presentazioni di libri…

Ci hai raccontato una storia molto bella.

Una storia nella quale ha grande importanza l’idea di una governance condivisa, che nel nostro caso significa cercare di mettere in pratica il pensiero di Chiara Lubich che ci guida.

La vera condivisione…

L’esperienza per me più importante in questi dieci anni alla direzione del Centro La Pira, è stata lavorare, pur con tutti i miei limiti, in questo spirito, che poi non è altro che lo spirito sinodale espresso in modo meraviglioso da quel proverbio africano che dice che da soli si va più veloci, ma insieme si va più lontano.


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